Coralie

Dopo Jessica Hische, un’altra signora delle copertine. Coralie Bickford-Smith è una designer audace e fortunata: audace perché nella sua carriera ha affrontato quasi sempre i grandi classici, con moltissimo rispetto ma nessun timore reverenziale; fortunata perché il suo principale committente, Penguin, ha nella propria job description l’idea di cambiare radicalmente, a intervalli regolari, l’aspetto delle sue collane più importanti. A Coralie è stato così chiesto di immaginare un vestito nuovo per autori come Austen, Dickens e Stevenson. Tutti tipetti coriacei, peraltro, che da collezioni molto diverse sembrano (quasi) sempre uscire indenni. Se non addirittura imbelliti, come stavolta.

Just our type

Se si tratta di smontare e rimontare immagini – o immaginari – nessuno batte Chip. Ma se la missione è giocare con lettere e caratteri, il fuoriclasse è David. Arrivato a Penguin nel 2002 (come e da dove, ve lo spiega lui all’inizio del video, e almeno quella scheggia vi consigliamo di vederla), Pearson si ritrova sul tavolo uno di quei compiti che sulla carta sono il sogno di qualsiasi art director, ma nella realtà quasi sempre diventano il suo incubo: progettare un’intera collana di testi brevi, redatti da autori tanto imponenti quanto difficilmente commerciabili (Darwin, Thomas Paine, Lenin, tipetti così). Tanto per alleggerire il tutto, la collana si chiamava (e si chiama) Great Ideas, titolo che scoraggiava a priori l’utilizzo delle immagini. E infatti Pearson ha scelto una strada completamente diversa, mostrando a quale mirabolante uso la tipografia si possa prestare, e che valore aggiunto possano essere il colore e le impressioni. Qui racconta questa storia dall’inizio a oggi, approfittandone per ripercorrere tutte le fasi più importanti nella lunga storia della grafica Penguin – che rimane, a ragione, una delle più iconiche al mondo, oltre che una delle più ossessivamente imitate.

Chip e il futuro del libro

Ascoltare Chip Kidd è sempre – quantomeno – divertente. Da più di vent’anni Chip è l’art director di Knopf, e a lui si devono molte delle copertine più sorprendenti degli ultimi due decenni (per quanto ci riguarda, gli abbiamo rubato quella di Zio Tungsteno). Ma Chip è anche un editor e un autore  - la sua autobiografia attraverso le copertine, Book One, è oggetto di un culto quasi fanatico -, oltre che il leader di una sua band. Come si dice correntemente di lui, è la miglior approssimazione possibile a una rockstar che l’editoria attuale possa offrire (la concorrenza un po’ latita, se vogliamo essere franchi, ma non importa). Qui Chip chiacchiera per una ventina di minuti con Jian Gomeshi, del suo mestiere e di un tema – l’avvento del digitale – a proposito del quale le opinioni tendono a scadere nel momento stesso in cui vengono espresse. Solo che per fortuna Chipp non ha opinioni: ha gesti di stizza, smorfie, e spesso battutacce. E racconta un sacco di storie. C’è chi lo ama e chi lo detesta, ma non dobbiamo dirvi in quale dei due partiti militiamo. Signore e signori, Chipp Kidd.

Nabokov, a proposito di copertine

Abbiamo già dato conto del concorso per una nuova copertina di Lolita, che si può svolgere serenamente anche grazie alla forzata assenza dell’interessato. Il quale non era affatto indifferente alla questione, e sulle copertine dei suoi libri,  in particolare su  quella di Lolita, si è pronunciato almeno una volta in pubblico: e in giacca da camera.

Un concorso per Lolita

Si può misurare il lavoro di un editore? In forme certificate ovviamente no. Però in via indiretta è possibile farsene almeno un’idea. Ad esempio, grazie a questa serie di nuove copertine per Lolita commissionate a sessanta designer internazionali da John Bertram, che manda avanti un blog molto vivace, Venus Febriculosa. A giugno il concorso di Bertram diventerà un libro, ma intanto il dibattito sull’iniziativa ferve in vari luoghi, a cominciare da un altro blog specializzato, Jacket Mechanical, e da siti che non richiedono presentazioni come Imprint e Salon. In tutti questi luoghi si discute perlopiù del rapporto fra immagine e morale, una questione non risolvibile da cui vorremmo deviare  mostrandovi alcune delle copertine in questione. Attraenti o infelici che siano,  hanno tutte un carattere comune: sono puramente virtuali, mancanti cioè del qualcosa che fa, di un’immagine anche bella, una copertina. E che sarebbe il risultato – a sua volta attraente o infelice – del lavoro di cui sopra.

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