La metamorfosi di Nabokov

Non è che il cinema, il teatro o la televisione dei sosia siano in cima alle nostre preferenze, ma questa è una vera stravaganza, a suo modo e un classico del genere. Si tratta di una breve produzione televisiva del 1989, in cui Christopher Plummer impersona (è il caso di dire) Vladimir Nabokov, in una versione 1:1 (o se preferite 2.0) che lo riproduce integralmente, dalla camminata all’accento. Il tutto per mettere in scena una lezione  a Princeton, dedicata a uno dei testi su cui più Nabokov si è accanito nel corso della sua vita: La Metamorfosi di Franz Kafka. Be’, se uccidete il cinefilo che è in voi, i motivi per godersi il film non mancano. E a pensarci bene, anche se non lo uccidete. Ah, inutile aggiungere che gli sceneggiatori non hanno aggiunto una parola, al testo delle lezioni americane dello scrittore.

Nabokov, a proposito di copertine

Abbiamo già dato conto del concorso per una nuova copertina di Lolita, che si può svolgere serenamente anche grazie alla forzata assenza dell’interessato. Il quale non era affatto indifferente alla questione, e sulle copertine dei suoi libri,  in particolare su  quella di Lolita, si è pronunciato almeno una volta in pubblico: e in giacca da camera.

Nabokov o Cornell?

Le scatole di Joseph Cornell sono quasi nate per essere copertine, e infatti le abbiamo usate spesso. L’ultima volta è stato  per Il ragazzo morto e le comete, ma era facile, il libro di Parise sembra a sua volta uscito dall’immaginazione di Cornell. In ogni caso, un conto è prendere una scatola e metterla in copertina, un’altra è trasformare la copertina in una scatola. Come ha fatto, nel 1997, John  Gall. Da una quindicina d’anni art director di Vintage, il più antico e più augusto marchio di tascabili americani, Gall ha spesso osato molto – per l’edizione pocket di Murakami, ad esempio -, ma mai quanto nel caso dei romanzi di Nabokov.  Le copertine che vedete sono infatti concepite come scatole, con un trompe-l’oeil  talmente efficace da rendere difficile, a prima vista, capire che si ha davanti un libro. E a riempire le singole scatole Gall ha chiamato i suoi colleghi più illustri, dal mirabolante Chip Kidd a Dave Eggers, che tutti conosciamo come scrittore, ma che a tempo perso inventa grafiche – e non grafiche qualsiasi, visto che quella di “McSweeney’s” è interamente sua. Il risultato lo lasciamo giudicare a voi, la nostra unica riserva è che possa essere troppo brillante. A proposito, state pensando che ci occupiamo troppo di copertine? Forse perché non abbiamo ancora attaccato con la tipografia, ma ogni cosa a suo tempo. Intanto vediamo se indovinate qual è la copertina disegnata da Eggers. È difficilissimo, ma ci si può arrivare.

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Un concorso per Lolita

Si può misurare il lavoro di un editore? In forme certificate ovviamente no. Però in via indiretta è possibile farsene almeno un’idea. Ad esempio, grazie a questa serie di nuove copertine per Lolita commissionate a sessanta designer internazionali da John Bertram, che manda avanti un blog molto vivace, Venus Febriculosa. A giugno il concorso di Bertram diventerà un libro, ma intanto il dibattito sull’iniziativa ferve in vari luoghi, a cominciare da un altro blog specializzato, Jacket Mechanical, e da siti che non richiedono presentazioni come Imprint e Salon. In tutti questi luoghi si discute perlopiù del rapporto fra immagine e morale, una questione non risolvibile da cui vorremmo deviare  mostrandovi alcune delle copertine in questione. Attraenti o infelici che siano,  hanno tutte un carattere comune: sono puramente virtuali, mancanti cioè del qualcosa che fa, di un’immagine anche bella, una copertina. E che sarebbe il risultato – a sua volta attraente o infelice – del lavoro di cui sopra.

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